Staffora, torrente amico

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Qui, nella parte superiore del paese, ci si accorge della presenza dello Staffora solo quando, dopo alcuni giorni di pioggia, si ingrossa e trasporta  a valle tutta  l’acqua che i rigagnoli e i fossi di destra  e di sinistra gli hanno scaricato. Allora a noi basta  uscire di casa, tendere l’orecchio  e un frastuono continuo, come  di un treno  in corsa, ci giunge  dal basso: sappiamo che il nostro torrente  è in piena. Il letto dello Staffora, largo e spesse volte sproporzionato alla portata d’acqua, in questi casi è appena sufficiente  a contenere la massa che scorre velocissima tra le due rive. E, se la pioggia continua, il torrente s’ingrossa, s’infuria, travolge e distrugge gli argini e i ponti, più volte riparati nel corso degli anni. L’acqua diventa fangosa e trasporta con sé sabbia e ciottoli. Quando la pendenza diminuisce, la corsa dell’acqua si calma e prima di raggiungere  la pianura  è ormai quasi tranquilla. Ben diverso è lo Staffora nei periodi di siccità, quando il suo corso è diviso in tanti piccoli rigagnoli che pigramente scendono a valle, si separano, si ricongiungono, sembra che giochino in uno spazio così libero  e sassoso. A chi  guarda  dall’alto i rigagnoli sembrano  fili d’argento che luccicano sotto il sole. È uno spettacolo molto rilassante, ma ancor più rilassante è passeggiare nel greto del torrente quando  l’acqua tranquilla scorre con un suono sempre uguale, un fruscìo piacevole che lascia spazio  ai nostri pensieri. Le piene aggiungono ogni volta nuovo pietrisco al letto del torrente. Poco più a valle di Bosmenso lavorano grandi ruspe che ammucchiano vere montagne di ciottoli, da cui speciali macine ricavano sabbia e ghiaia destinate all’edilizia e alle opere pubbliche. Nulla va perduto!
I giunchi (chiamati in dialetto gurein), che ancor oggi nascono spontanei lungo le sue rive, anni fa erano raccolti con cura dai ragazzi di qui. Li ripulivano dalla verde corteccia che si staccava  a strisce lasciando i rametti bianchi e odorosi. Radunati  in mazzi e posti  ad asciugare costituivano un piccolo tesoro da scambiare per qualche lira con un commerciante che passava a ritirarli. Era materia  prima per cesti e canestri che abili mani sapevano intrecciare. Vecchi mestieri che purtroppo stanno scomparendo. E qui sono scomparsi  anche i pescatori, con grande gioia dei pesci. Quanta storia è passata  da questi luoghi! Lunghe file di muli salendo e scendendo nella valle collegavano la pianura lombarda  alla terra di Liguria. Trasportavano sale, olio, legna e ogni altra merce trasportabile a dorso di mulo finché non furono  costruite delle strade carrabili. E tutti, uomini  e animali, si abbeveravano alle acque del torrente così come oggi  si abbeverano  le greggi  che qualche volta, in primavera, passano  lentamente  brucando  l’erba  sulle rive scoscese.
Un tempo, mi dicono, l’acqua dello Staffora aveva una portata ben maggiore  e sicura per gran parte dell’anno. Le frequenti piene danneggiavano il vecchio ponte rendendolo inutilizzabile. Ma i giovani di Bosmenso  si erano costruiti  dei trampoli di legno di cui  qualche paio si conserva tuttora in buono stato. Su questi trampoli, con una buona dose di coraggio e di…  adrenalina, affrontavano e superavano le acque impetuose.
Allora  funzionavano due mulini  ad acqua, uno a monte e uno a valle della nostra frazione. Vi si macinavano il grano e il granoturco  prodotti nella zona: ognuno  portava  al mulino  i suoi  sacchi  e ritirava farina e crusca  per la famiglia  e per il bestiame. Nei periodi di poco lavoro questi mulini, con le loro belle e caratteristiche ruote a vasche, muovevano tramogge per liberare dai semi di erbe infestanti  il grano destinato alla nuova semina. Sotto il ponte l’acqua, preziosa fonte della vita, continua a scorrere…
Testo di Angela Seassaro
Foto di Antonio Di Tomaso