LA STRADA NUOVA

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A cura di Antonio Di Tomaso

Varzi. – Il risveglio era dolce: campane che cantavano una semplice successione di note. Sempre uguale. Rassicurante. Spesso una voce unica, particolare richiamava: maiolica maiolicaaa, strassi, ossiiiii… e iniziava il ritmico martellare di Giulini sull’incudine. Alle narici saliva un profumo familiare di pane fresco. Rumori, voci, odori. Il mondo vero era quello. Non la città dove viveva in uno stato soporoso di dormiveglia aspettando la fine della scuola, dei compiti, dei giardinetto, della noia. La vita incominciava sul trenino. Da Voghera fischietto e trombetta scandivano le stazioncine nel frinire delle cicale. Strada Nuova era il passaggio obbligato di Orlando con le ceste del pane, delle focacce, delle torte. Dal forno al negozio e viceversa la cesta piena, la cesta vuota, salutava sempre con un sorriso. La bottega di Giulini il fabbro sprigionava il mistero dell’antro di Vulcano. Buio, scintille, fiamme, colpi, stridìo di ferri. Quando ebbe il coraggio di entrare tutto fu chiaro e affascinante. Vederlo lavorare era un incantamento. Il ferro bruno, freddo, rigido sulla forgia magicamente diventava rosso, caldissimo e … morbido! Lui lo piegava a piacimento a colpi di martello e la strada si riempiva di aratri, zappe, vomeri e utensili nuovi, lucidi, fiammanti, belli. Lui però diventava nero nero e col suo vocione poteva spaventare una bambina. Ma non le fece mai paura. Era proprio magico. A metà strada era un altro odore che stordiva: alla scia di Orlando si aggiungeva quella della carne di maiale abilmente lavorata che emanava dalla bottega di Ciùf. Il papà della sua cara amica, quella che con ansia andava a cercare e salutare appena arrivata. Un panino fresco di Orlando riempito con le fette di salame di Ciùf costituivano l’apice di un sollazzo gastrico irripetibile, inarrivabile, insuperabile, insuperato. La gente transitava lesta per recarsi in chiesa, al mercato, alla merceria, alla farmacia, al forno. Un passaggio continuo e frettoloso intrecciato di saluti. I barbieri Bèlu e figlio spesso sedevano fuori dalla bottega e per tutti avevano un commento, un’esclamazione, un saluto. Appena la vedevano: Oh! et rivò? Tutte le volte avrebbe voluto rispondere No, sono ancora a Milano! ma non lo fece mai, quel saluto le faceva tanto piacere, guai se non ci fosse stato ad ogni ritorno. Altre voci popolavano la strada fino a sera e la luce cambiava e le campane cambiavano la melodia e il ritmo e la sera a volte ci arrivavano le lucciole nella strada Nuova. E si giocava ancora, crollando poi nel letto con le voci dei grandi che parlottavano nella strada o cantavano all’osteria e si confondevano con Maiolica maiolicaaa… C’era già il sole.

Testo di Graziella Mariani – 2014