CASTELLO DI BRANDUZZO: UN LUOGO DA SALVARE CON IL FAI

Facebooktwittermail

Centinaia di persone hanno fatto rivivere per un pomeriggio i fasti del Castello di Branduzzo, conosciuto anche come Castello Botta Adorno nel comune di Castelletto: arrivate dai paesi vicini, hanno testimoniato il loro attaccamento verso uno dei monumenti più rappresentativi dell’Oltrepo Pavese, che necessita di interventi urgenti per evitare il decadimento totale. “Ci aspettavamo un centinaio di persone, ce ne siamo ritrovate un migliaio e abbiamo avuto difficoltà, anche con le nostre guide, a formare i gruppi per formare le visite guidate” spiegano i volontari del comitato “Amici del Castello di Branduzzo” a fronte dei disguidi organizzativi. Complice la bella giornata di sole, infatti, c’è stata letteralmente una invasione di persone, venute a firmare la sottoscrizione al FAI – I Luoghi del Cuore ma anche a rendersi conto di persona di quanto sia importante salvare il nostro passato, affinchè non vada distrutto. C’era il sindaco di Castelletto Tony Lo Verso, c’era lo scrittore Mino Milani, c’erano tanti cittadini che hanno raccolto l’appello della contessa Ilaria Guidobono Cavalchini dalle pagine del Corriere della Sera: “Il nostro intento è quello di conservare le sale di maggior pregio e renderle accessibili, aiutateci in questa operazione”. Un castello che comprendeva un vasto complesso di tipo medievale, che trasmette ancora oggi l’immagine dell’architettura sforzesca. Il palazzo vero e proprio, per i suoi aspetti stilistici e decorativi, si inserisce nel quadro più artistico e raffinato gusto dell’architettura rinascimentale lombarda. Venne edificato dalla famiglia Botta nel corso dell’ultimo decennio del quattrocento e vide il suo massimo fulgore con il banchetto di nozze di Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza (1489), nel pieno Rinascimento. E poi la vita delle famiglie nobili che animava le residenze e i giardini, mentre i contadini al loro servizio, che abitavano le case coloniche adiacenti, si dedicavano alla coltivazione di cereali e gelso e all’allevamento di bachi da seta e bestiame nelle stalle. Tutto è stato svuotato, nell’arco degli anni, da vandali e ladri d’arte, di tutto quel patrimonio che custodiva, persino dei preziosi tondi quattrocenteschi di terracotta nominati anche nei manuali di architettura. Non dimentichiamoci che qui hanno lavorato le più alte maestranze del Rinascimento lombardo. Eppure è nel corso del tempo tutto o quasi è stato spazzato via..basta girare per la sala dei pavoni, al piano terra, in cui sono rimasti solo pochi divanetti, o all’interno della cappella, dove tutti gli arredi sacri, anche preziosi, sono stati trafugati. E ancora visitiamo la torre detta di Leonardo, a sud est, con affreschi e il soffitto a cassettoni. Settantadue tavolette, ovvero ritratti dipinti su legno incastonati sulle travi, attribuiti a De Predis e ad altri lavoranti della bottega del grande genio toscano. Oggi regnano polvere, ragnatele, degrado totale: piange il cuore a chi ha vissuto lì in quel villaggio una vita, dove c’erano persino le botteghe e le scuole elementari, vedere case coloniche, cascine, stalle con i tetti sfondati, il viavai di immigrati in cerca di un riparo per la notte. La decadenza di questo castello, circondato da un bel parco, dura ormai da trent’anni, da quando, sotto la proprietà dell’anziano conte Stefano Parrocchetti Piantanida, sono venuti a mancare i fondi per una manutenzione di tipo ordinario, ora trasformatasi in straordinario. Tutt’attorno c’è la campagna oltrepadana, un’area un tempo rinomata per la coltivazione del gelso e per l’allevamento dei bachi da seta, oggi dedita soprattutto alla coltivazione dei cereali. In quest’area è più che mai necessario chiedere l’intervento del FAI – I Luoghi del Cuore, sensibile da sempre alla cultura e al patrimonio artistico italiano.